10 Febbraio 2018 Gemmano conosce e ricorda, l’ eccidio degli italiani nelle foibe, come il pittore Ermanno Vites nostro compaesano.

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Il pittore  Vites in una caricatura di E. Maneglia

Il pittore Vites in una caricatura di E. Maneglia

10 Febbraio 2018 Gemmano conosce e ricorda, l’ eccidio degli italiani nelle foibe, come il pittore Ermanno Vites nostro compaesano. A Gemmano Vites è molto conosciuto come pittore , pochi lo conoscono come esule giuliano ed orfano di babbo e nonno morti nelle foibe titine. Per questo motivo ritengo opportuno riportare  integralmente una sua intervista pubblicata su La Voce di Romagna il 12/5/2003 con un bellissimo articolo di Aldo Viroli. Penso di fare cosa gradita all’ amico Vites mio compagno d’ infanzia al collegio ” Riccardo Zandonai” a Pesaro , assieme ad altri 800 profughi giuliani, negli anni dal 49 al 51.  

 

Rassegna Stampa La Voce di Romagna il 12/5/2003 .

Vites in una foto di C. Morigi

Vites in una foto di C. Morigi

RIMINI – Aveva appena 9 anni quando vide i partigiani slavi assassinare il nonno con un colpo di pistola alla nuca, l’obiettivo era però il padre Ermanno, che verrà arrestato l’indomani e ‘fatto sparire’. Quella vicenda ha segnato profondamente l’animo di Ermanno Vites, che porta lo stesso nome del genitore, noto pittore e scultore goriziano di nascita ma riminese d’adozione. “Nelle mie espressioni artistiche c’è sempre questa angoscia, occhi sbarrati dal terrore e tristezza”. Quella di Ermanno Vites senior è una vicenda che inizia nel maggio del 1945, a guerra finita, quando i partigiani slavi del maresciallo Tito riescono a entrare a Gorizia prima degli Alleati. In 40 giorni di occupazione i titini si renderanno responsabili della deportazione senza ritorno di un migliaio di persone tra civili residenti e militari. Vites, che faceva il pasticcere era anche arruolato nel 4°Reggimento Milizia difesa territoriale, venne preso per strada il 2 maggio e rinchiuso come altre centinaia di goriziani nelle carceri di via Barzellini. “Mia madre – ricorda Ermanno junior – lo andò a visitare in carcere per portargli cibo e indumenti, vide i suoi polsi segnati dal filo di ferro e ne rimase sconvolta. Alcuni prigionieri più fortunati riuscirono a scappare, gli altri dopo alcuni giorni vennero caricati su camion e trasferiti in località sconosciute”.

Ingresso di una foiba nei pressi di Gorizia

Ingresso di una foiba

Non è mai stato possibile accertare se Vites sia stato rinchiuso in qualche campo di concentramento jugoslavo dove poi morì di stenti oppure sia stato gettato in qualche foiba della zona. “Ho ancora negli occhi la scena dell’uccisione di mio nonno. Avevamo da dopo finito di cenare, lui era andato nel cortile dove si trovò di fronte due titini che convinti fosse mio padre gli imposero di seguirli. Al suo rifiuto gli spararono alla testa, morì dopo due giorni in ospedale. Nel piano inferiore di casa nostra abitava un aviere, i titini entrarono nell’appartamento per portarlo via, la madre reagì e venne accoltellata alla guancia, lui riuscì a rimuovere due sbarre di ferro e a darsi alla fuga. Di fronte a noi abitava una sarta, fidanzata con un altro aviere. Ebbe il coraggio di avvisare della sua presenza in casa i titini che arrestarono, di lui non si seppe più nulla. La donna poi si pentì impazzendo per il rimorso”. In seguito la moglie e la sorella di Vites girarono in lungo e in largo nel territorio occupato dagli slavi alla disperata ricerca di notizie, interrogando anche chi dopo essere stato imprigionato era tornato in libertà, ma invano. Vites era nato a Salcano, a pochi chilometri da Gorizia, nel 1913 e lavorava in una nota pasticceria del capoluogo isontino, i suoi dolci e le sue torte erano vere e proprie opere d’arte, partecipò anche a concorsi nazionali dove arrivò primo.

foibe800px-Tempio_nazionale_dell'internato_ignoto_022“Dopo aver arrestato mio padre, i partigiani titini vennero in casa nostra per rubare tutto quanto era asportabile, c’era anche una donna. Ricordo che quando venne segnato il nuovo confine che tagliava in due Gorizia, assieme a un amico la accompagnai con un calesse al di là del reticolato nella zona jugoslava”. Per quasi 50 anni le istituzioni hanno totalmente ignorato il dramma delle famiglie dei deportati e le richieste di sapere almeno dove giacciono i loro poveri resti per poter deporre un fiore. Nel goriziano già dopo il 1945 durante il periodo dell’amministrazione Alleata erano state scoperte foibe e fosse comuni e recuperati resti umani. Alcuni anni fa è stata rinvenuta una foiba a Montenero (Crni Vrh) poi a Nemci nella Selva di Tarnova, che è quella dove sono stati massacrati i carabinieri di Gorizia, mentre l’anno scorso a Ustie, non lontano da Aidussina, zona di campi di concentramento, è stata scoperta una grande fossa comune. Per approfondire l’argomento sono diponibili ‘Infoibati’ di Guido Rumici, edito da Mursia, e ‘Foibe , un dibattito ancora aperto’ di Roberto Spazzali edito dalla Lega nazionale di Trieste.La famiglia Vites abitava nei pressi del valico della Casa Rossa, dove nel dopoguerra si trovò più volte a essere testimone di situazioni tragicomiche. A pochi passi dal valico c’era un’osteria da dove uscì un uomo completamente ubriaco, che anzichè avviarsi verso il territorio italiano avanzò barcollando verso la Jugoslavia cadendo svenuto proprio a metà strada. Iniziò una serrata disputa tra i militari italiani e quelli slavi, si decise di portarlo dove si trovava il cuore che dalle misurazioni risultò essere in Italia.

Una vecchia foto con tutti i bambini del collegio Zandonai nel 1949

Una vecchia foto con tutti i bambini del collegio Zandonai nel 1949

In seguito il giovane Vites si trasferì a Pesaro da padre Pietro Damiani, fondatore del Convitto Zandonai che nel corso degli anni arrivò a ospitare fino a 1.700 giovani, per la maggior parte figli di profughi istriani giuliani e dalmati. Li compì gli studi artistici, al termine iniziò a lavorare presso un’azienda di San Marino che produceva le celebri bottiglie per la Luxardo, produttrice del rinnomato maraschino di Zara. Anche Pietro Luxardo venne deportato dagli slavi e di lui non si ebbero più notizie, mentre il fratello Nicolò venne affogato assieme alla moglie. A Gorizia al Comando gruppo (oggi provinciale) dei carabinieri prestava servizio il brigadiere Carlo Gattiglia, nato a Rimini nel 1896. Il sottufficiale venne arrestato il 1¡ maggio del ’45 e rinchiuso nel carcere di via Barzellini per essere poi tradotto nella selva di Tarnova (allora provincia di Gorizia oggi in Slovenia) e trucidato assieme ad altri 18 commilitoni nella foiba di Nemci. E’ stato possibile ricostruire la sua vicenda grazie alle ricerche svolte da Giovanni Guarini, presidente dell’Associazione Carabinieri di Gorizia, figlio dell’appuntato Pasquale che condivise quella orribile fine.

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Rticoli di ritrovamenti foibe

Giovanni Guarini non ha mai smesso di cercare la verità sulla fine del padre e dieci anni fa riuscì a raccogliere le testimonianze di un partigiano che aveva condotto i carabinieri sul luogo del massacro e di una donna che si trovava davanti alla chiesa di Tarnova mentre passava il corteo dei prigionieri. I militari, che avevano i polsi legati con il filo di ferro stretto con le pinze, grondavano di sangue per le feroci percosse subite in carcere. Quel partigiano testimoniò a Guarini che i carabinieri affrontarono la morte con grande dignità e che nella foiba di Nemci dopo il 1945 sarebbero stati gettati nel dopoguerra anche oppositori interni al regime di Tito. Guarini è riuscito a far recintare l’orlo della foiba e a collocare una croce, in seguito il tenace investigatore è riuscito ad individuare altre fosse comuni. Secondo Guarini è possibile che Vites essendo un militare possa essere stato infoibato a Nemci come suo padre e gli altri 18 carabinieri. Dopo aver raccolto le testimonianze di ex internati in Jugoslavia Guarini ha presentato denuncia ai carabinieri contro Franc Pregelj, oggi residente a Lubiana, che dall’inchiesta condotta dalla Procura militare di Padova è risultato essere il ‘comandante Boro’, l’uomo che all’epoca dei 40 giorni di occupazione di Gorizia avrebbe ordinato le deportazioni in massa di militari e civili. Lo scorso febbraio quando si dava per certo il processo contro il ‘comandante’ che oggi ha 82 anni, è arrivata la notizia che la Procura generale della Cassazione, accogliendo il ricorso del legale di Pregelj, ha stabilito che la competenza giurisdizionale è della magistratura ordinaria di Gorizia. Per la Cassazione l’uccisione e l’infoibamento di civili e militari italiani non costituisce un reato di competenza dei giudici militari in quanto quella volenza fu estranea alla guerra che era già finita. La motivazione ha lasciato sconcertati i congiunti delle vittime.

Comune di Gorizia: Il lapidario ai deportati del maggio '45

Comune di Gorizia: Il lapidario ai deportati del maggio ’45

A Gorizia nel 1985 è stato inaugurato il Lapidario, che contiene i nomi allora accertati di 665 deportati senza ritorno. Tra i nomi spiccano quelli di Licurgo Olivi e Augusto Sverzutti, esponenti di punta del Comitato di Liberazione nazionale, fermamente contrari ai progetti annessionistici jugoslavi. Tra le vittime persino reduci dai campi di concentramento nazisti. Alla cerimonia presero parte l’allora sindaco Antonio Scarano, nato a Rimini dove visse anche alcuni anni, e l’arcivescovo Antonio Vitale Bommarco, esule da Cherso, i cui fratelli Matteo e Giuseppe dopo essersi visti respingere dalla autorità jugoslave l’opzione per l’Italia, nel 1957 fuggirono dalla loro isola raggiungendo la libertà dopo un’avventurosa traversata dell’Adriatico proprio a Rimini.

Aldo Viroli

Ricerca sul web rassegna stmpa e foto e foto di Carlo Morigi

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